Contatore visite:
132095


|
Storia
Occimiano è un borgo che sorge ai piedi delle prime
lievi colline del Monferrato; la strada che lo congiunge a Casale e ad Alessandria
ne costeggia le propaggini. Si può dire che per la sua posizione
Occimiano ha sempre goduto di una produzione agricola ampiamente varia:
uva e grano in collina, fieno, riso, granoturco e ortaggi in pianura.
Alcuni storici sono certi delle sue origini romane e affermano che ciò
sia facilmente constatabile dalla sua struttura. Infatti ha forma rettangolare
con accessi collocati a metà dei quattro lati; ha ovviamente strade
diritte che si incontrano ad angolo retto, caratteristica dei campi militari
romani. Si dice pure che prima ancora che Casale emergesse come località
di importanza dalle paludi del Po, Occimiano era già un borgo potente
ambito da Vercelli e da Pavia nei loro sistemi di alleanze politiche. Si
sa di sicuro che anticamente era sito sulla collina e che, poi, la popolazione
si spostò al piano dove correva la via Fulvia (che da Valenza conduceva
ad Asti passando per S. Germano) e dove era più facile l’approvvigionamento
di acqua.
Tra le sue mura, oggi modeste, si svolse nel passato una notevole storia,
tanto da essere menzionato dagli storici come uno dei comuni di primo piano
per l’importanza che ebbero nel Medioevo.
Si chiamò nei secoli con il nome di Auximianum (prima del 1932),
poi Aucimianum, Oximianum, ed infine Occimiano. Nell’anno 1883 è
un’importante “mansio” della via Fulvia.
Tra
i ricordi del passato rimane la “Torre”, rudere, pare, del
Castello Cavalla insieme ad un paio di lapidi latine murate, ora, in chiesa
parrocchiale. Queste due lapidi appartengono al periodo repubblicano romano
e cioè al 300-200 a.C., il che lascia arguire che Occimiano ebbe
vita in tempi remotissimi.
In mancanza di materiale storico qualificato giova ricordare che un primo
cenno di Occimiano nell’era volgare si trova ne “La vita di
S. Siro vescovo di Pavia” (I. Chiesa, vol II, colonna VIII) in cui
l’autore afferma che detto vescovo, nel 69 d.C. “volle recarsi
in Castro Occimiani”. Quindi Occimiano esisteva ed aveva il suo “Castrum”
o castello. Poi esistono cenni della cupidigia dei potenti che desideravano
il dominio su questo paese, e fra essi, per primi, i Vescovi di Vercelli
che rinnovarono nei secoli la conferma su tale dominio richiedendola ai
re di loro tempi, ad Ariperto, a Liutprando, a Carlo Magno, a Carlo il Grosso
e a tutta la serie degli Ottone e degli Enrico imperatori.
Nel 1149 il Comune passò nelle mani dei Marchesi Aleramici di Monferrato
e per quattro secoli ne seguì le vicende. E utile qui ricordare Aleramo
capostipite dei marchesi di Monferrato che per tre giorni e tre notti, su
tre cavalli diversi, fondò il suo regno sul territorio percorso con
la sua galoppata leggendaria!
Nel febbraio del 1159, nel castello di Occimiano si ferma per un paio di
settimane l’imperatore Federico detto il Barbarossa, l’implacabile
nemico dei liberi comuni, per discutere con i suoi vassalli sulla sorte
di Milano, rea di essersi liberata e di aver mancato i patti. Ne emerse
la necessità di punirla. Risultato: la città lombarda veniva,
come di costume, rasa al suolo.
Occimiano diventa una delle sedi di Guglielmo V principe di Monferrato
e anche suo figlio Bonifacio, reduce dalla prima Crociata nella favolosa
Terra Santa in soccorso del giovane nipote Baldovino prigioniero del Saladino,
si riposava ora ad Occimiano, ora a Pontestura o a Trino, dilettandosi,
da buon mecenate, degli spettacoli di giullari, menestrelli o trovadori
provenzali o passeggiando nei parchi di tali castelli o ville in compagnia
della bella Beatrice sua figlia o delle sue dame castellane o cortigiane.
Nell’anno 1431 Francesco Sforza duca di Milano invade il Monferrato
e nella sua corsa conquistatrice occupa Lu, la mette a sacco e si avvia
verso il piano; è la volta di Occimiano che cade nelle sue mani ma
evita la distruzione col pagamento di una forte somma. Ben diversamente
finiscono Mirabello, Pomaro, Conzano e Campagna che vengono distrutte. La
stessa piazzaforte di casale cede ma si salva dal saccheggio perché
si trova un’ingente somma da versare allo Sforza vincitore.
Passarono in seguito per il nostro paese, introno alla metà del XVI
sec. spagnoli e francesi che nelle loro scorrerie guerresche finirono per
demolire sia la rocca di Occimiano che le povere abitazioni del contado.
Verso il 1590 Occimiano venne messo all’incanto dai Gonzaga e passò
ai genovesi Marchesi da Passano per la bella somma di 11.314 scudi d’oro
mantovani, oltre alla cessione dei terreni di Villimpenta nel mantovano.
Poi è la volta dei Savoia. Più avanti ci mette lo zampino
Napoleone Bonaparte e
Occimiano segue le sorti del Piemonte compreso nel Regno Italico. Ritornerà
ai Savoia dopo la bufera napoleonica, con la Restaurazione ed avrà
parte importante nel periodo Risorgimentale. Infatti proprio nella villa
o Castello dei Marchesi si incontrarono dall’11 al 20 maggio 1859,
agli inizi della seconda guerra d’Indipendenza, Vittorio Emanuele
II e Napoleone III e qui sicuramente insieme ai loro seguiti: Cavour,
Cialdini, Mac Mahon, elaborarono le azioni belliche che dovevano portare
alla liberazione e annessione della Lombardia. Certamente sono di quel
tempo i fucili rintracciati pochi decenni or sono nella parte rustica
del Palazzo Comunale e che ora sono raccolti, ripuliti e ben conservati,
nella saletta adibita a Museo Storico in Comune.
Fino al 1930 circa fu Comune di mandamento, col suo Ufficio di Leva, con
l’Ufficio del Registro, con la Pretura, con la sede di stazione dei
Carabinieri, con un mercato settimanale di una certa importanza.
La
sua popolazione che intorno al 1900 era di 2500 anime cominciò
a decrescere nei primi decenni del secolo e parallelamente l’importanza
del Comune venne a scadere. I tempi della crisi del secondo e terzo decennio
del secolo provocarono una forte emigrazione verso l’America del
Sud dove gli Occimianesi, particolarmente in Argentina e Cile, poco alla
volta si fecero calli…onore…e fortuna.
Paese prettamente agricolo ebbe nella ferace terra dei suoi campi il principale
motivo esistenziale. Il terreno, un tempo appannaggio di pochi grossi proprietari,
si è spezzato in diversi lotti che le famiglie occimianesi hanno
condotto con tenacia e capacità.
Non sono mancate nel passato attività artigianali: fornaci per
coppi e mattoni,
laboratori per carradori e sermoni, fabbriche di vasi e terraglie, falegnami,
decoratori, abili imprese di edilizia, mugnai, fornai, maniscalchi, ecc.
Purtroppo non tutti i lavoratori ebbero sempre un posto d’occupazione
e la vita facile. Chi non è più giovane ricorderà la
fila dei giornalieri allineati sotto i portici grandi in attesa del “padron”
che assicurasse le poche lire indispensabili per campare, dopo un’interminabile
giornata di lavoro.
Sono di questo periodo alcuni dei sanguinosi regolamenti di conti, trame
nebulose, lacerazioni e mischie, ma il paese seppe trovare poco alla volta
la sua unità. Ebbe il suo bandito, il Munfrén passatore-ergastolano,
che tornò poi a finire i suoi giorni al ricovero.
Poi
venne il periodo fascista ed Occimiano ebbe le sue divise, gli orbace,
le camicie nere, i fez, le aquile ed…i suoi balilla, i figli della
lupa, gli avanguardisti, i giovani fascisti ed anche i Legionari che diedero
una mano alla conquista dell’impero coloniale, che morirono o che
tribolarono.
E fu la guerra. L’ultima, di quarant’anni fa. Chi ormai ha passato
la cinquantina ricorderà anche Occimiano nel periodo bellico con
l’oscuramento, la povertà di tutto, la cartolina rosa, gli
annunci dei primi Caduti, i bombardamenti, Peppino l’aviatore notturno,
le tessere dei pochi generi alimentari, le privazioni, gli sfollati, il
pane nero, i bollettini di guerra, l’armistizio del ’43, Radio
Londra, i rastrellamenti, la posta censurata, le macellazioni clandestine,
la requisizione del bestiame, la borsa nera, il sale introvabile, il tabacco
in foglie, le auto a carbonella, i neofascisti, i renitenti alla Leva, i
partigiani ed infine…la Liberazione con gli Inglesi, gli Americani,
i Brasiliani con il loro cioccolato, il chewingoum, e le sigarette buone.
Fu subito il ritorno all’illuminazione pubblica e all’euforia
generale. Dissolto l’incubo della morte, della paura, del silenzio
si poteva dar sfogo con lo stordirsi…con il piangere…con il
ridere…con l’esplosione di vitalità nuova.
Quindi venne la Repubblica, la democrazia, la speranza di un migliore avvenire,
la ripresa in pieno della vita. E Occimiano ha ripreso a vivere e a lavorare
in pace. E ritornato il ballo in piazza, sono nate le orchestrine, sono
passate la grandi orchestre, i cantanti famosi…sono nati soprattutto
i complessi industriali, si è sviluppata la meccanizzazione dell’agricoltura
per recare lavoro e prosperità a tutti.
da Car al me Sümian…, di Franco Barberis, 1981
|